L’amore è un’altra cosa

Questo lavoro del 2014 pubblicato su Nature Genetics, riassume quello che più o meno gli addetti ai lavori sapevano ormai da tempo, e cioè che l’imprinting genomico, cioè il pacchetto di geni trasferiti dalla madre e dal padre, viene condizionato dall’ambiente esterno, dal momento del concepimento fino ai due-tre anni di vita, per poi condizionare totalmente la vita adulta.

Questo meccanismo tramite il quale anche se si ha geni buoni ci si può ammalare, viceversa se si posseggono geni malati si può essere sani, prende il nome di Epigenetica.

Lavori meno recenti hanno già dimostrato che se insegniamo alle scimmie gravide a compiere compiti semplici, come azionare dei meccanismi o impilare dei cubi, i piccoli alla nascita, sono già in grado di farlo, senza alcun tipo di addestramento, “l’hanno già imparato”.
In pratica, qualunque cosa la madre possa fare (o non fare) in gravidanza, si trasferisce universalmente al feto, attraverso la memoria genetica. Mi duole ammetterlo, ma la madre è più importante del padre. Togli la madre, hai tolto praticamente tutto.

I lavori parlano oggi dunque di “responsabilità” genitoriale che, scevra di alcun contenuto morale, risulta in una serie di specifiche indicazioni e comportamenti che entrambi i genitori, uomo e donna, dovrebbero applicare, dal concepimento alla prima infanzia, per consentire un adeguato supporto epigenetico alla tipologia di geni trasmessi al nascituro. Perchè, in questa delicatissima fase di imprinting, anche cambiamenti infinitesimali possono causare gravi patologie nell’età adulta. Ci giochiamo tutto lì, insomma.

Anche una madre che “affitta” il proprio utero, nonostante l’ovulo non sia il suo, partecipa all’imprinting. Non è dunque solo un “contenitore” o una “vasca di sviluppo”, ma contribuisce attivamente al processo di impianto genomico. L’imprinting dunque, che dal tardo neolitico, forse ormai 150.000 anni risulta duplice e duale, potrebbe oggi ex abrupto, diventare triplo.

Nessuno conosce o può arrogarsi il diritto di conoscere quali conseguenze ciò comporterà, tuttavia da scienziati, con umiltà ma con rigore scientifico, dobbiamo porci queste domande. L’esperienza ci insegna in ogni caso, che quando l’uomo ha giocato con i geni, siano essi piante, animali o uomini, si è (non sempre ma quasi), giunti al disastro.

Concludo, senza entrare nel merito della questione di cui oggi si dibatte tanto, che l’avere un figlio non è nè un diritto nè un dovere. Analizzando la questione senza alcuna remora morale, etica o religiosa che sia, esso rappresenta una semplice necessità genetica che l’evoluzione ha codificato dentro ogni organismo vivente, come l’istinto di sfamarsi, di autoconservarsi e di proteggere la prole, ce l’hanno anche i batteri: si chiama prosecuzione della specie.

Che dovrebbe, per quanto possibile, essere perseguita secondo le leggi semplici, bellissime e non casuali, che madre natura e padre genoma hanno progettato insieme in circa un milione di anni.

L’amore, è un’altra cosa.

http://www.nature.com/nrg/journal/v15/n8/full/nrg3766.html

 

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